Devo innanzitutto aggiungere i miei ringraziamenti agli organizzatori di questa giornata che, anche se arriva un po' tardivamente rispetto alla pubblicazione del IV volume, può tuttavia mettere alla prova la validità dell'impostazione che si era pensato di dare a questa presentazione, concepita in un primo momento per Venezia il cui archivio, insieme a quello di Torino, è il più importante di quanti compaiono nell'ultimo volume della Guida. Il fatto che oggi ci possiamo ritrovare qui con i direttori degli Archivi di Stato e tanti altri studiosi e archivisti, mostra la validità del primitivo intento di cogliere l'occasione non soltanto per presentare il IV volume (come era avvenuto per gli altri) ma anche per sollecitare un confronto fra gli autori della Guida intesi nel senso più ampio - l'Amministrazione, la redazione centrale, i collaboratori - da una parte, cioè il mondo degli Archivi nel suo complesso, e dall'altra gli utenti, cioè gli studiosi per i quali in definitiva vale la pena che si affrontino le spese umane e finanziarie necessarie per realizzare questi strumenti. Da qui il titolo che è stato dato a questa giornata: La Guida generale degli Archivi di Stato italiani e la ricerca storica. Non è un titolo di maniera, volto a ribadire una cosa ovvia, cioè che gli Archivi servono alla ricerca storica; è un titolo che invita a tracciare un primo bilancio relativamente al cattivo o buon uso o addirittura al disuso, che è stato finora fatto di questo grosso, almeno come mole, strumento di ricerca. Antonio Dentoni-Litta ha ricordato molti nomi di persone da ringraziare. Io vorrei ricordare in modo specifico la redazione centrale e tutti i direttori d'archivio di allora e di ora, anche se, come osservava Dentoni, il trascorrere di ben 30 anni ha fatto sì che ci sia stato un grosso turn over tra i direttori. Molti che cominciarono a collaborare non sono più nell'Amministrazione, molti che ci sono oggi non c'erano all'inizio: la continuità comunque affermatasi nel lavoro deve spingere a ringraziare un po' trasversalmente le varie generazioni che si sono succedute nel corso della realizzazione dell'impresa. Vorrei però cogliere l'occasione per ricordare anche le difficoltà che la Guida ha incontrato e alle quali ha accennato, in maniera peraltro molto esplicita, l'amico Antonio Dentoni-Litta, quando ha sottolineato il poco entusiasmo col quale i massimi responsabili dell'Amministrazione hanno seguito il difficile lavoro. Se fosse possibile applicare a un fatto importante, ma non di immenso rilievo (non dobbiamo montarci la testa), una formula come quella coniata per indicare l'atteggiamento dei socialisti di fronte alla prima guerra mondiale «né aderire né sabotare», potremmo dire che soprattutto nei primi anni una certa parte degli archivisti e della stessa amministrazione centrale si sono comportati nei riguardi della Guida in analogo modo. Sabotare, proprio no, perché fra l'altro c'era stato il Consiglio superiore degli archivi che aveva definito la Guida un impegno prioritario (anche se la formula nella vicenda pubblica italiana non sempre ha portato fortuna alle imprese considerate prioritarie); ma neanche con la convinta adesione che comporta un largo impiego di mezzi materiali e di energie umane. Ad un archivista che lavorava alla Guida non giungevano segnali che, così operando, egli giovava non solo alla scienza, ma anche (non c'è nessuna ragione di nascondere questo tipo di motivazioni) alla propria posizione, diciamo pure alla propria carriera negli Archivi. Sembrava, in qualche momento è sembrato, che un gruppetto di persone un po' fissate che sedevano nell'odiata Roma (ma che non contavano quanto i veri detentori del potere) volessero imporre al grande e complesso mondo degli archivi una loro visione troppo pedagogica e presuntuosa, troppo autoritaria. Non si teneva conto che, come è stato già accennato, una impresa di quella portata si può fare soltanto se ci si crede davvero e si tiene un po' in pugno la situazione. Vorrei citare una delle affermazioni con cui si apre l'introduzione al I volume, che poi è un'introduzione all'intera opera, perché potrebbe fornire una traccia per capire se le finalità allora enunciate siano state poi soddisfatte. Scrivevamo insieme a D'Angiolini che l'esigenza alla quale aveva inteso rispondere la Guida generale, era stata quella di offrire agli studiosi una prima informazione, il più possibile completa e omogenea (su questa omogeneità potremo tornare), del contenuto degli Archivi di Stato italiani. A questa finalità principale, spiegavamo, se ne erano affiancate altre due: denuncia delle condizioni tutt'altro che soddisfacenti in cui versano gli archivi stessi, e creazione di uno strumento per l'auspicabile programmazione di futuri lavori archivistici. Soltanto l'uso che della Guida avrebbero fatto gli studiosi da una parte, l'Amministrazione archivistica dall'altra, avrebbe potuto dimostrare se e in quale misura questi obiettivi erano stati raggiunti. La riunione di oggi è un tentativo di fare un primo bilancio del raggiungimento di questi fini, non certo definitivo, ma utile almeno a mostrare se si è sulla buona strada. Questa di oggi è come la seconda tornata di una due giorni archivistica (ieri, mi scuso, non ero a Roma e quindi non ho potuto partecipare alla riunione di Castel S. Angelo) e suggerisce perciò un bilancio generale che va anche al di là delle finalità immediate della Guida, rinviando a quel significato, cui accennavo sopra, di confronto fra lo stato degli archivi e lo stato della ricerca storica. Possiamo considerare il confronto un invito alla critica dell'idea che gli archivi bastino a se stessi e debbano rinchiudersi in una soddisfatta autoreferenzialità. Il confronto va fatto fra gli archivi stessi e il mondo che deve utilizzare i frutti degli archivi. Molte deficienze insieme archivistiche e della cultura storica italiana sono emerse in maniera precisa proprio dai lavori della Guida. Ad esempio, sono apparse le molte insufficienze proprio di quella cultura erudita su cui il positivismo ottocentesco aveva fondato le basi del lavoro d'archivio, senza tuttavia svilupparne fino in fondo i presupposti fino a che era stato soppiantato, sia pure in modi diversi, dalla cultura storicistica che ha prevalso nell'Italia di larga parte del '900 (non è qui possibile scendere a un discorso più articolato). Facciamo il caso della toponomastica storica, che ha posto in evidenza la mancanza in Italia di una tradizione storico-geografica, cioè di uno scambio fecondo tra la geografia e la storia, che invece in Francia e in altri paesi è molto sviluppato. In Italia questa mancanza è dimostrata dal fallimento di quella grande impresa che avrebbe dovuto essere l'Atlante storico italiano di cui la Società italiana degli storici, in particolare sotto l'impulso del prof. Giuseppe Martini (che è stato anche membro del Consiglio superiore degli archivi), si era assunta l'iniziativa prima ancora che cominciasse la Guida e che non è mai andata in porto. Il lavoro di redazione della Guida, che ridonda di nomi geografici scomparsi, deformati, mutati, sostituiti, ha molto sofferto della mancanza di un quadro lessicale corretto in un campo di così grande rilievo. E voglio qui ricordare il prezioso lavoro svolto in merito dalla prematuramente scomparsa Vilma Sparvoli. Altra constatazione, forse ancora di più ampio significato, è stata quella relativa alla storia delle istituzioni in Italia. Sappiamo che in questi ultimi anni la situazione è molto migliorata, in particolare sotto l'impulso del prof. Guido Melis (che parlerà dopo di me) e della Società per gli studi di storia delle istituzioni da lui fondata. Il lavoro per la Guida ha mostrato quanto ampio sia il terreno da recuperare. Manca un completo e affidabile repertorio delle istituzioni preunitarie. Ci siamo perciò dovuti, come per la toponomastica, arrampicare un po' sugli specchi. Se oggi abbiamo qui invitato la professoressa Elena Fasano, dell'Università di Pisa, che ha insegnato a lungo storia degli antichi stati italiani, è stato anche per avere una sponda autorevole e precisa su questo punto. I repertori, di cui parlerà Piero D'Angiolini, vogliono in qualche modo portare un piccolo tassello in questa direzione, senza pretendere di fare essi la storia delle istituzioni preunitarie e italiane diffuse in modo uniforme sul territorio. La questione che si lega strettamente al rapporto storia-archivi, e che è alle spalle di tutto il modo in cui è stata concepita la Guida, la potremmo definire in questi termini: trovare un difficile equilibrio - e che sia stato trovato bene o trovato male fa parte della materia della odierna discussione - tra un'esigenza periodizzante e un'esigenza sistematica. Questo è un grande problema epistemologico, che non hanno inventato gli archivisti. Esso era, nel mondo archivistico italiano, un po' compromesso da due circostanze. Da una parte c'era l'eredità di minuziosissime ricerche specifiche: l'archivista trovava un bel documento e lo faceva oggetto di una piccola pubblicazione che accresceva insieme la sua gloria e la mole dei contributi eruditi che mai forse, come disse una volta Benedetto Croce, avrebbero trovato mascelle così robuste da macinarli tutti. Dall'altra parte c'era lo scioglimento del sapere archivistico in un discorso che, con D'Angiolini, ritenemmo falsamente storicistico, un discorso continuativo, talvolta perfino piacevole, in cui affogavano tutte le specificità e le tipologie che si possono ricavare dagli archivi e dalle istituzioni che li hanno prodotti. Tale questione appassionò molto gli archivisti, che la intuirono, la sentirono, la discussero, anche quelli che non volevano, come dicevo prima, né aderire, né sabotare. Era un punto che stimolava e che forse ebbe una esplicitazione in un problema sul quale penso tornerà fra poco Lodolini: il problema cioè dell'ordine in cui porre gli Archivi nella Guida, se porli in un ordine alfabetico, che dà indubbiamente l'impressione di una burocratica elencazione, o porli invece secondo le vicende degli antichi Stati italiani. Questa poteva essere anche un'idea elegante; ma poi ci si rese conto che dava luogo a troppi problemi concettualmente e praticamente irrisolvibili: quale evento prendere come base? La pace di Lodi? Il trattato di Utrecht? La discesa di Napoleone? La situazione esistente al momento dell'unificazione nazionale? Come, allora, fu raggiunto un equilibrio tra periodizzazione e sistematicità? Innanzi tutto tenendo conto del fatto che anche il periodizzare è un sistemare, è dare un senso agli eventi, nel nostro caso agli eventi in quanto rispecchiati nei documenti, che altrimenti potrebbero apparire un caos, un magma del quale sarebbe estremamente difficile afferrare il bandolo. Occorreva quindi sistemare, come si usa dire, sia sincronicamente che diacronicamente questa enorme massa di materiale, che aveva peraltro implicita in sé la dimensione del trascorrere del tempo. Fra l'altro, è una delle glorie degli archivi italiani di essere fra i più antichi del mondo e insieme di presentare una varissima tipologia. Un punto considerato con molta attenzione è stato quello di evitare anacronismi nella sistemazione interna delle singole voci, quando si è trattato di distinguere fra le funzioni statali. Così è stata evitata la tentazione di applicare retrospettivamente principì come la divisione di poteri tra legislativo, esecutivo e giudiziario, anche a tempi in cui invece quella non esisteva e gli stessi organi esercitavano promiscuamente tutti i poteri. Come viene spiegato nella introduzione, la distinzione è stata tenuta presente come idea regolativa di massima. Questi problemi di sistemazione sono tutti grossi problemi anche di interpretazione storiografica, e mi auguro possano oggi essere discussi. E' trascorso un trentennio dalla prima idea della Guida, anzi dalle prime istruzioni che mandammo con D'Angiolini; ma ovviamente prima di arrivare alle istruzioni ci avevamo pensato a lungo e avevamo organizzato riunioni presso molti Archivi di Stato, stimolando un lavorìo collegiale che ha portato grandi frutti. Va da sé che poi a un certo punto è stato indispensabile fare delle scelte: ascoltati tutti, è necessario prendere una decisione che diventa valida anche per coloro che hanno prima espresso un'opinione diversa. Fra il '66 o immediati precedenti ed oggi, sono mutate molte cose. Se gli archivi abbiano seguito l'evoluzione dei tempi, ecco un altro problema che meriterebbe essere trattato, assumendo la Guida come un dato atto a qualificare il punto di partenza. Ad esempio, quali lacune ancora colmabili sono state davvero colmate? Risulta che si è giunti a rifiutare versamenti, per mancanza di spazio. é questa una delle tante contraddizioni nel mondo archivistico, che tende talvolta a lamentarsi anche di cose opposte. Qui mi dovrebbero rispondere proprio gli attuali responsabili della politica archivistica. Ho detto prima che fra le finalità della Guida c'era quella di individuare lacune, e la Guida ne individua in quantità strabocchevole: lacune non solo nei versamenti, ma negli ordinamenti, nei mezzi di corredo, nelle attrezzature a partire da quelle edilizie. Questa è una domanda che io, ormai da tanti anni fuori dall'amministrazione attiva, pongo davvero agli archivisti, ai dirigenti massimi: esiste oggi un programma che, tenendo conto delle deficienze, dei buchi, delle approssimazioni portate in luce dalla Guida, si proponga di colmarli, e in che modo? Ho il timore che la prima a sottoutilizzare la Guida sia proprio l'Amministrazione archivistica. In pari tempo si è evoluta la ricerca storica, sia per l'ampliamento dei campi di interesse sia per i maggiori e spesso non facili rapporti con le scienze sociali. Le domande che la storiografia poneva in quel momento, e di cui cercammo in qualche modo di tener conto, si sono evolute. Può darsi ad esempio che oggi ascolteremo qualcuno che ci dica: rispetto ad alcuni degli interessi oggi più vivaci e dinamici della storiografia già la Guida forse non risponde appieno. In effetti non si può, in nessun momento, immaginare le domande che in futuro porranno ai documenti gli studiosi. Anche la Guida deve essere storicizzata, e forse se oggi si ricominciasse da capo si potrebbe farlo in maniera almeno parzialmente differente. Credo così di aver esaurito il mio compito, anche per tener fede all'invito del presidente Lume di non abusare del tempo concessomi. In fondo noi siamo gli autori e i direttori della Guida, siamo come il governo di fronte alle interpellanze. Aspettiamo ora di essere interpellati, vuoi dai colleghi archivisti, vuoi dai colleghi studiosi. Ci riserviamo un po' tutti di rispondere nella fase finale della discussione ai problemi che ci verranno posti e alle critiche che ci verranno mosse. |